Homeland_quando mainstream è bello #1

Grazie a mamma Sky on demand oggi, pranzando, ho guardato la puntata 1 di Homeland –  Caccia alla spia, serie vincitrice di non so quanti Golden Globes (3, uno alla serie, uno alla protagonista, uno al protagonista), stralodata dalla critica più puntigliosa, apprezzatissima dal pubblico. Una specie di 24 o Grey’s Anatomy alla prima stagione.
Il tanto atteso coming-out sui miei gusti pop travestiti da snobismo inizia da qui: mi è piaciuta nonostante il vasto battage pubblicitario.

Ci sono tutti gli ingredienti: il prigioniero in Iraq tormentato che ha addirittura ammazzato il compagno di prigionia (già visto in un film, lo so) che torna a casa ed è anche abbastanza figo quando quasi violenta la moglie in négligé, l’agente CIA strafiga, che prende antipsicotici e la dà via come l’acqua quando è depressa ed ha l’intuizione che salverà l’America, il di lei mentore saggio in camicia a quadri e dal fascino intramontabile (Mandy Patinkin, Gideon di Criminal Minds, a stento sostituito da Joe Mantegna), la mogliettina d’America, rimasta a casa durante gli otto anni di prigionia, attenta ad issare le stelle e strisce nel patio di casa e tenere compagnia al migliore amico del marito (già visto anche questo, che possiamo farci?).

Adesso il dilemma: attenderò la prossima puntata da guardare sul divano in HD o cederò alla curiosità e la cercherò su megavideo ovunque altro?

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You’re so naive!

Ooh! Get me away from here I’m dying
Play me a song to set me free
Nobody writes them like they used to
So it may as well be me
Here on my own now after hours
Here on my own now on a bus
Think of it this way
You could either be successful or be us
With our winning smiles, and us
With our catchy tunes and words
Now we’re photogenic
You know, we don’t stand a chance

Oh, I’ll settle down with some old story
About a boy who’s just like me
Thought there was love in everything and everyone
You’re so naive!
They always reach a sorry ending
They always get it in the end
Still it was worth it as I turned the pages solemnly, and then
With a winning smile, the poor boy
With naivety succeeds
At the final moment, I cried
I always cry at endings

Oh, that wasn’t what I meant to say at all
From where I’m sitting, rain
Falling against the lonely tenement
Has set my mind to wander
Into the windows of my lovers
They never know unless I write
“This is no declaration, I just thought I’d let you know goodbye”
Said the hero in the story
“It is mightier than swords
I could kill you sure
But I could only make you cry with these words”

Belle & Sebastian_Get Me Away From Here I’m Dying_If you’re feeling sinister

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mi si chiedeva se mi piacciono gli Strokes. Su-per-giù così

Abbiamo parlato già dei radical-chic, abbiamo parlato del mio determinismo sentimentale, delle menate da geek e del random del mio iPod in tre puntate (post vecchio, da aggiornare).

Oggi parliamo delle due fondamentali regole con le quali, in un modo o nell’altro, veniamo indottrinati una volta che siamo lanciati nel mondo sulle nostre gambette, con i nostri cuoricini pseudo indipendenti (parleremo di indie un’altra volta). Pseudo indipendenti perché i cuoricini non possono prescindere dalle gambette e da tante altre cose, come i cuoricini altrui, la testa e il mondo inteso nell’universale provincialismo del termine.

Uno: incredibilmente, ci piacciono gli individui che ci snobbano

Due: non ci snobbano per posa ma perché non gli siamo abbastanza o affatto congeniali.

Vi stupirò ma non userò giri di parole e simpatiche metafore per distruggere la veridicità di queste due inesorabili idiozie.

Se queste sentenze fossero reali e sempre verificate non esisterebbero coppie di persone compatibili.

La numero uno crolla rovinosamente analizzando il fatto che a dirla sono sempre e soltanto masochisti cosmici (di cui dobbiamo sempre diffidare, fatti salvi i gusti letterari). La numero due viene giù come un castello di carte se consideriamo la possibilità che esistano a questo mondo persone riservate, addirittura timide che, il più delle volte, indichiamo come snob: sono soltanto personcine tanto per bene spaventate.

Gli Strokes, perché? Perché avrei sempre voluto sposare Julian Casablancas, e ci ho pensato seriamente nella primavera dei miei 18 anni. Poi ho abbandonato l’idea, ho finito l’high school e non mi sono più piaciuti gli Strokes con la loro musica ruffiana da film tardo adolescenziale. Mi ero quasi dimenticata del tutto di quanto amassi l’idea che mi ero fatta di Casablancas, dei suoi giubbini di pelle e i capelli e tutto il resto. Last nite chiacchierando di nulla, Tizio mi dice “A te sicuramente piacciono gli Strokes”. Senza punti interrogativi o altro. Ho fatto finta di niente, siamo passati ai Kasabian ho skippato la questione.

E mi sono tornati in testa i miei 18 anni e l’high school, le feste, le prime gite in macchina, la colonna sonora e quei ragazzi che non si giravano a guardarti neanche se eri lì che gli saltellavi sui piedi.

Qualche tempo dopo alcuni di quei ragazzi avevano perso tutto il loro fascino, altri erano diventati papà e qualcuno mi ha addirittura invitato per un caffè. Erano solo timidi, o troppo stupidi.

postilla: Julian Casablancas, nel 2010, ha avuto un figlio.

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ad essere sinceri: rilanci per il 2012

Allergia ai bilanci di fine anno (la fine d’anno è una convenzione gregoriana che indica il termine di un periodo di tempo di dodici mesi a cui abbiamo dato il nome di anno). Allergia ai festeggiamenti (si lo so, festeggiamo per esorcizzare il sistematico invecchiare dell’essere). Allergia al buonismo e, diciamolo via, all’ipocrita sorriso delle feste. Quando la modalità volemose bene passerà da ON a OFF, potrei pensare di riconsiderare tutti gli abbracci e i ti amo gratis di questi giorni.

Vicinissima alla svolta, ho buone e meno buone notizie per questo consuntivo decembrino. Consuntivo perché, nolente, darò qualche spiegazione.

1. se non lo sapete, ve lo dico io: ci si fidanza se messi alle strette dalla fisiologia, dalle convenzioni e dal freddo invernale. Altre volte, e finirà sempre in disastro, a causa di moti viscero-intestinali che in alcuni film chiamano amore. Io li chiamo dissenteria emotiva demotivante.

2. se ti mancano pochi esami alla fine (e qui RILANCIO per il 2012), conviene prendere un buon farmaco contro i succitati moti.  E non è sufficiente l’enterogermina, in certi casi conviene usare antiparassitari, DDT e stricnina.

3. se c’è qualcuno che davvero ti vuol bene, a cui ne vuoi ma che frequenti troppo poco perché “non ho mai tempo”, fanculo le scuse. Ad un certo punto sarà troppo tardi e avrai perso un amico, un mentore, Nonno.

Il tempo a nostra disposizione non è illimitato, eppure lo passiamo a star male la domenica pomeriggio.

Dunque, Rilanci. Mi gioco il piattino e ci metto la mia laurea, i miei affetti, i miei pomeriggi pigri, il mio avaro sorriso e quel cavolo di BlackBerry che si impalla sempre quando aspetto qualcosa come una bimba la notte di Natale.

Mi perdonerete se sono stata melò, prometto che domani cambio.

 

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Johnny and Mary

Johnny’s always running around

Trying to find certainty

He needs all the world to confirm

That he ain’t lonely

Mary counts the walls says he tires easily

Johnny thinks the world would be right

If it would buy truth from him

Mary says he changes his mind

More than a woman

But she made her bed Even when the chance was slim.

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piccola teoria sui grandi drammi

In questo periodo di apparente nullafacenza emotiva – leggi apatia – mi sono giustificata formulando l’ennesima teoria (dopo Il Teorema dei 60 giorni) che, ahimè, ho scoperto essere debolissima. Nonostante ciò, perché privarci di tale illuminante dimostrazione di cinismo?

Dati un soggetto A, passivo, un soggetto B, attivo, eventuali soggetti X passivi, eventuali soggetti Y attivi, in un contesto socialmente e culturalmente stimolante e artisticamente produttivo, le grandi delusioni come i grandi amori finiscono per essere rappresentati da magnifiche parole, altissimi drammi, disegni carichi di pathos.

La teoria è nel corollario n1:

Le parole più belle sono già state scritte per altre donne e, in qualunque caso, io non vivo in un contesto socialmente e culturalmente stimolante e artisticamente produttivo e, inoltre, non genero aulici sentimenti essendo io, inevitabilmente, il soggetto B o Y attivo (e per attivo intendo quello che sta sotto al treno)

ERGO

Non vale la pena che io abbia storie.

La non validità del teorema è nel corollario n2:

Solitamente il soggetto A, passivo, oggetto di desiderio o centro di grandissime seghe mentali, è inconsapevole di essere soggetto di tanto struggente meraviglioso lirismo. Solitamente impegnato con eventuale soggetto Y, il più delle volte causa della crisi (leggi corna).

In coda ringrazio Fiumani per avermi fatto capire che non sarò mai amata così.

Io amo lei, l’intensita’ di questi giorni
Io amo lei, folle speranza che non torni
a dare luce a questi giorni.

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