Privati della privacy #1: il diritto di non sapere

Oggi sono incazzata (quando mai) perché mi sento violentata, sotto continuo attacco, bersagliata e offesa da quel che stiamo facendo del nostro privato.

Devo però, prima di tutto, ammettere che le accuse che muovo a voi sono anche per me (si veda il post precedente sulla dipendenza da smartphone). Ho documentato maniacalmente con upload di foto le tre settimane fuori casa (a casa sapevano già tutto e mi sono risparmiata ore di racconti), in passato ho tenuto il diario più o meno criptico di una relazione attraverso gli aggiornamenti di stato di FB, scambi di link e post dedicati, postavo in questo stesso blog dettagli, canzoni, poesie, per semplice desiderio narcisistico di spiattellare la mia serenità, completa gioia, patetica tenerezza.

A distanza di qualche mese dal periodo di “scelleratezza” mi accorgo che il mio uso dei mezzi (Facebook su tutti) sta acquisendo una sua connotazione ben mediata tra l’invasione delle vostre vite con la mia e la riservatezza:

– i moti intestinali, le viscere e la testa li tengo per me, condivido solo informazioni che possono risultare divertenti (es. i miei disastrosi parcheggi) o di interesse generale (es. hanno allargato e ridipinto le strisce blu in centro)

– mantengo contatti con persone per cui nutro curiosità e interesse o comunque con amici a cui voglio bene, non con tutti con asfissiante agonismo (ah, la vanità)

– tengo sotto silenzio i miei successi per non ricevere lodi, e i fallimenti per non essere compatita

– mai mai e poi mai lascio intendere mie relazioni, affettuosi scambi, dolci chiacchierate.

Ho deciso che della mia vita molto terrò per me e per chi mi conosce e mi frequenta, non costringerò nessuno a subirla come una serie di messaggi promozionali.  Le regole sono semplici, basta porsi qualche domanda prima di postare/pubblicare/condividere: questo oggetto può ferire qualcuno? questo oggetto può interessare ed essere utile alla crescita di qualcuno che non sia mio stretto amico e confidente? la pubblicazione di questo oggetto può ledere la mia libertà?

Se non dovessi essere stata abbastanza chiara è perché non ho ancora le idee in ordine ma avevo fretta di ricevere feedback in qualsiasi direzione, per capire come uscire dalle sabbie-mobile senza rinunciare a un uso intelligente dell’iperconnessione.

J’attends.

Veuillez agréer, monsieur le Président, l’assurance de mon profond respect. *

*è la chiusa del J’accuse di Emile Zola, lì si parlava dell’affaire Dreyfus, qui dei fattacci miei.

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Informazioni su mursie

Quando avevo vent'anni credevo che mi sarei salvata. Nei propilei dei trenta mi sono resa conto che sta andando tutto bene. E che uso parole come propilei senza provare vergogna alcuna.
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