la nostra volontà in una società che di volontà ne conosce una sola

la collezione degli incipit di questo post potrebbe essere pubblicata come un post a parte.Data l’evidente difficoltà che sto incontrando nell’iniziare, parto da qui. Da metà.

Andavamo spesso a casa loro, la ricordo accogliente, aperta, calda, specchio del loro essere famiglia.  La cucina luminosa e ampia si affacciava sulla veranda grandissima e perfetta per le feste estive, erano feste di compleanno, forse. Attorno al tavolo della cucina abbiamo cenato spesso, c’era pane carasao, quasi sempre, legame evidente con la terra d’origine. Attorno allo stesso tavolo parlavamo tantissimo, i grandi parlavano di più ma senza escluderci. Non mi sono mai sentitata bambina in quella casa, mai inadatta, mai giudicata o derisa. Avevano un figlio, era coetaneo di mia sorella, giocavano con i castelli e la nave dei pirati della playmobil, io se non giocavo con loro, mi stendevo sulla sedia a dondolo all’angolo del salone e leggevo. C’erano libri bellissimi per bambini, non da bambini. Credo fossero di sinistra, erano certamente atei, e parlavano con il bambino con molta schiettezza. Mai un rimprovero senza spiegazioni, mai domande rimaste senza risposta. Ricordo una sera, lei raccontava a mia madre di come stavano educando il bambino alla sessualità, con l’aiuto di un libro e il piccolo aveva qualche dubbio sull’assonanza l’utero-lutero. Io mi stupì non tanto per la precoce educazione sessuale, ma perchè il bambino sapeva chi fosse Lutero. Un’altra volta eravamo a pranzo e c’erano le ciliegie. Io sapevo magiarle, mia sorella e il bambino, no. I miei tagliavano via il nocciolo per Lucia mentre loro non lo facevano, decisi che il bambino avrebbe dovuto imparare come fare.Non sono educatrice, non ho studiato niente a proposito e non sono capace di dire cosa fosse più giusto.

Poi è nata un’altra bambina, io forse avevo già 12 anni. Abbiamo continuato a frequentare quella casa, viaggiavamo insieme, tutto uguale. Io crescevo e capivo sempre di più di quella famiglia così diversa dalla mia. Ne ero affascinata, avevano anche due cani, e per me era il massimo, io che non ho potuto mai tenere neanche una tartarughina in casa.

Poi lei si è ammalata, SLA, sclerosi laterale amiotrofica, dissero che forse era legato alla gravidanza in età avanzata. In realtà non mi è mai stato detto niente, quello che ho saputo l’ho origliato dalle telefonate di mia madre, dai suoi discorsi con papà. Mi ero fatta un’idea di come la malattia si era presentata, di come avanzava, come sarebbe degenerata. Sentì che lei avrebbe continuato a lavorare finchè non fosse arrivato il collasso degli apparati motori.

Sono passati anni, è passato il caso Welby, siamo stati travolti dal caso di Eluana, con la solita tiritera tra destra, sinistra, cattolici, radicali, teste di minchia e cavalcatori d’onda.

Io non lo so cosa hanno deciso loro, lei cosa ha deciso. Non so neanche a quale stadio della malattia sia. Probabilmente a letto, forse c’è un respiratore, forse no.

Il bambino deve essere cresciuto, e in fretta credo. La bambina non l’ho mai sentita parlare. E mio nonno, a tavola domenica scorsa, ha espresso la sua volontà in presenza mia e di altre sei persone.

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Informazioni su mursie

Quando avevo vent'anni credevo che mi sarei salvata. Nei propilei dei trenta mi sono resa conto che sta andando tutto bene. E che uso parole come propilei senza provare vergogna alcuna.
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