Sere fa, prima che l’allarmismo del sindaco di tutti i baresi trasformasse casa mia nell’armadio e la statale 100 in Narnia innevata, prima che padreh si trasformasse in Boromir, restio ad attraversare il passo di Caradhras, prima, in pratica, che mi chiudessi in casa causa maltempo, mi è stata posta la domanda cui ho evitato di rispondere per 23: quali dischi porteresti su un’isola deserta?
Premesso che io, di generazione, ho l’i-pod da un sacco di giga e che gli unici dischi che posseggo sono quelli dei miei (discutibili a tratti), ho cercato di rispondere alla domandona e ho fatto una grande scoperta: mi vergognavo delle mie scelte.
Attraverso un lavoro dolorosissimo di ammissione dei miei gusti reali, ho guardato in faccia alla realtà, ho tossicchiato e ho deciso, ad oggi, 8 febbraio del glorioso anno domini 2012, nell’anno cinese del coniglio, di ruggire la mia top five (parlando alla Hornby, che pure non ho mai letto).
Non nell’ordine:
- The Beatles, The Beatles (il White Album). Poi capiremo se trattasi di una scelta furba (è un doppio= più canzoni) o di una scelta onesta. O onestamente furba.
- Belle & Sebastian, If You’re Feeling Sinister
- Baustelle, Sussidiario Illustrato della Giovinezza
- Fabrizio De André, Storia di un Impiegato. Non me ne vogliate, dovevo operare una scelta.
- Sigur Ròs, Með suð í eyrum við spilum endalaust
Tutto mainstream, nessun nome impronunciabile per il gusto di esserlo, niente musica afghana. Ma Battiato? E i Massive Attack? I Radiohead e i CCCP? Posso farla diventare una top 10?

